It had to be you

“It had to be you”, dovevi essere tu, quella giusta, la prima in assoluto tra le case che abbiamo visionato, la sola per la quale ci sia parso del tutto sensato prendere e partire, in una torrida giornata d’agosto dello scorso anno, lasciandoci alle spalle 400 chilometri di curve e quanto rimaneva delle presunte certezze sul nostro futuro.

Ci siamo innamorati all’istante.

Giuro, è bastato il portoncino d’ingresso e SBAAM, l’improvvisa rivelazione di essere approdati nel posto giusto unita all’amara consapevolezza che no, questa soluzione proprio non ce la potevamo permettere.

Eppure 7 mesi,  4500 chilometri ed altre 27 case dopo siamo riusciti a giungere alla fine di una complessa trattativa per le chiavi del tanto sospirato portoncino:  famiglia ed amici hanno tirato momentaneamente un sospiro di sollievo, il casellante dell’uscita Orte dell’A1 si è congratulato con stretta di mano, il benzinaio sulla statale 209 della Valnerina ha sventolato la bandiera a scacchi, il nostro agente immobiliare si è quasi commosso anche se poi alla fine abbiamo comprato senza la sua mediazione.

Sette mesi di andirivieni inutili per tornare alla soluzione da cui eravamo partiti? No accidenti, anche se non nego che il dubbio ci abbia sfiorato.

Lista delle cose che ci saremmo persi nell’ipotesi di una compravendita immediata:

  1. L’opportunità di esplorare in tutta la sua bellezza e catalogare con zelo archivistico case, casali, casolari, dimore storiche, ruderi e regge del territorio del comune di Ferentillo: frazione dopo frazione, toponimo dopo toponimo, anfratto dopo anfratto. Ci siamo persi lungo stradine, mulattiere e corsi d’acqua; abbiamo attraversato campi, boschi e sorgenti cercando conforto all’ombra di tabernacoli e cappelle.
  2. Colazioni, spuntini, aperitivi, caffè, camomille e consumazioni di ogni genere presso i bar del territorio, luoghi d’eccellenza in cui trovare ristoro e consigli utili quando si è foresti (niente da fare, troverete sempre qualcuno  che SA e che potrà risparmiarvi tempo e fatica nella ricerca).
  3. Il lusso di proiettarsi, anche solo per un momento, in ciascuna delle case che abbiamo visitato, nei segni del tempo e dell’amore con cui molte sono state ristrutturate, negli ambienti domestici che tradiscono consuetudini e ritmi di vita lontani dai nostri.
  4. Il lusso di essere fuggiti a gambe levate da alcune case che ci hanno sinceramente terrorizzato turbato.

Due fra tutte.

La “casa radici”, in cui la vegetazione ricopriva rigogliosa le pareti interne come quelle esterne regalandole un aspetto a metà strada fra una rovina precolombiana ed una caverna hobbit.

Abbiamo tremato al pensiero di altri lavori da fare (ad ognuno i propri fantasmi delle vite e delle ristrutturazioni passate) e di un trasloco degno di Fitzcarraldo risalendo il fiume e addentrandoci nella boscaglia.

Il “casolare della torre”, austero quanto spettrale: i nostri maldestri tentativi di accedere alla soffitta tramite una botola a 5 metri da terra: le mani che annaspano nell’oscurità, il suono sinistro di una pianola, il ritrovamento di alcuni giocattoli impolverati.

I cani si sono rifiutati di varcare anche solo la soglia di casa, ci siamo congedati a malincuore, in fondo non ci dispiaceva.

5. Il dono mai scontato delle relazioni umane in cui siamo inciampati più o meno consapevolmente in questi mesi: i tanti caffè offerti da sconosciuti sulla porta di casa, i consigli preziosi di chi ci ha ospitato fra una fuga e l’altra, la disponibilità dei vari interlocutori interpellati, il passaparola generoso che ci ha consentito trovare soluzioni alle domande che ancora non ci eravamo posti.

E se è vero che è sempre la somma a fare il totale, allora il nostro viaggio per arrivare qui non poteva prescindere da ciascuna delle svolte e degli incontri durante il tragitto: lieti di essere giunti nel luogo a cui volevamo testardamente appartenere e desiderosi di condividerlo con chi vorrà farlo.

Roba che solo a scriverlo, si ha già l’impressione di respirare meglio.

 

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